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Implants business elegance |
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2010 Implantologia stato dell’arte |
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N.1 Gennaio 2010 |
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Rossi dr. Roberto Medico chirurgo Specialista in odontostomatologia IMPLANTOLOGO |
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La diagnostica e la programmazione dell’intervento Oggi è assolutamente possibile programmare,con le tecnologie a disposizione, un intervento “senza sorprese”. Qualche decennio fa non era a nostra disposizione un’indagine diagnostica radiologica che ha fatto la differenza in implantologia e in molti settori della medicina, la T.A.C. Con quest’indagine possiamo sapere molto di più rispetto alle radiografie tradizionali, che ci dicono solo l’altezza dell’osso a disposizione, ma nulla più, mentre attraverso la T.A.C. possiamo conoscere lo spessore dell’osso oltre all’altezza e, cosa importantissima anche la sua qualità e quindi le caratteristiche per poter programmare o meno un intervento in sicurezza. Inoltre, attraverso le ricostruzioni tridimensionali, possibili dall’esame TAC, possiamo anche ottenere la simulazione della morfologia delle strutture, cioè i modelli del distretto dei mascellari, che andremo ad operare. Possiamo sapere con certezza la densità dell’osso a livello dei mascellari e quindi valutare se posizionare gli impianti, con che caratteristiche di superficie, dimensioni e in che numero. Le condizioni necessarie per intervenire Attualmente non v’è dubbio che laddove si vogliano posizionare uno o più impianti l’intervento possa essere effettuato, purché coesistano due condizioni fondamentali: 1-Assenza di controindicazioni generali e locali all’intervento implantologico Le generali sono tutte quelle situazioni gravi in cui il paziente non può essere sottoposto ad alcun intervento chirurgico (perché affetto da grave cardiopatia, diabetico scompensato, etc.) mentre le locali (come la presenza di infiammazioni o di infezioni) sono quelle che devono preventivamente essere risolte. 2-Presenza di osso sufficiente per posizionare gli impianti Fortunatamente questo oggi non è più un problema in quanto sono disponibili da parte dei chirurghi, tecniche rigenerative e ricostruttive che permettono, anche laddove non vi sia la minima quantità di osso a disposizione, di ricostruirlo per poter contestualmente od in un secondo tempo, posizionare gli impianti. Si afferma che è indispensabile la presenza di osso in quanto l’implantologia moderna, scientificamente provata, con migliaia di ricerche effettuate in tutto il mondo è l’implantologia per osteintegrazione, ove è richiesto il posizionamento endoosseo degli impianti. Possiamo quindi con certezza affermare che, in assenza di controindicazioni, è sicuramente possibile il posizionamento degli impianti a tutte le età,dopo la fine dello sviluppo scheletrico, poiché anche in assenza di osso questo può essere ricostruito. I dubbi più frequenti Dando per scontato che in molte condizioni si possa ormai effettuare l’implantologia con risultati stabili e attendibili nel tempo, due sono le domande che più frequentemente vengono poste dai nostri pazienti : “è una tecnica dolorosa?” e “quanto tempo è richiesto per il completamento del trattamento”. Alla prima domanda possiamo tranquillamente rispondere di no, oggigiorno è nostro dovere evitare che il paziente senta male, ciò è possibile sia per la complicanze del paziente, sia perché esistono gli strumenti necessari. Gli strumenti sono gli anestetici, prima dell’intervento, che in dose e in forma diversa vengono utilizzati in funzione del tipo di intervento ed i farmaci antidolorifici e antinfiammatori associati agli antibiotici che vengono utilizzati durante e dopo l’intervento. Chiaramente saranno presenti delle sequele, in funzione del tipo di intervento, come l’edema, cioè il gonfiore, raro nell’intervento semplice di uno o pochi impianti e più probabile dopo il posizionamento di un numero considerevole di impianti. Anche gli ematomi potranno essere presenti negli interventi più importanti; si tratta di sequele normali,delle quali il paziente deve essere informato anche per programmare la sua attività nei giorni successivi all’intervento, ma non sono complicanze. Chiarire quale sia il tempo richiesto per il completamento di un trattamento implantologico prevede una risposta decisamente più articolata, in quanto l’intervallo è compreso tra un minimo di pochi giorni fino a molti mesi ed anche più di un anno. La tempistica è standardizzata in funzione della quantità e qualità ossea presente: in presenza di condizioni ossee ideali dal punto di vista quantitativo e qualitativo, come possiamo trovare nelle zone del mento e mandibolare anteriore, possiamo utilizzare la innovativa metodica del carico immediato. Questa tecnica consiste nel posizionamento,a fine intervento, del provvisorio cementato o avvitato, fisso, in grado di dare un ottimo confort,soprattutto quando sia stata necessaria l’estrazione degli elementi naturali ad inizio dell’intervento,nella stessa seduta, per sostituirli con gli impianti. Questa soluzione viene incontro ai pazienti che non sono abituati, neppure mentalmente,a rimanere anche solo per poco tempo senza denti. Ovviamente la situazione opposta è la completa assenza di osso a disposizione nella zona ove è necessario il posizionamento degli impianti: in queste zone sarà necessario prima ricostruire l’osso, con le diverse metodiche chirurgiche a nostra disposizione, e, successivamente, posizionare gli impianti. Queste sono spesso le situazioni che osserviamo intervenendo nelle zone posteriori dei mascellari superiori, ove, indipendentemente dall’età dei nostri pazienti (ma più difficilmente nei giovani), possiamo non trovare la quantità e qualità ossea minima indispensabile per effettuare l’intervento implantologico. In questi casi si renderà necessario l’intervento ricostruttivo che, nei casi più semplici, potrà anche essere contestuale all’intervento implantologico, ma nei casi più complessi dovrà invece precederlo, anche di molti mesi, onde permettere la stabilizzazione dell’innesto posizionato. L’integrazione costituisce la corretta definizione della guarigione ossea attorno agli impianti e rappresenta la continuità tra l’osso e l’impianto. Questo processo richiede tempi diversi in funzione del tipo e della qualità di osso dove si posizionano gli impianti. In situazioni cliniche standard di qualità e quantità ossea esistono dati scientificamente provati sui quali ci basiamo quando proponiamo ai nostri pazienti i diversi trattamenti; tutto il resto è sperimentazione o in fase di studio, ma senza la casistica a lungo termine che può dare a noi e al paziente la “tranquillità” del risultato. Questo discorso è estremamente importante perché spesso il paziente chiede “garanzie” nel risultato di un trattamento implantare, anche in virtù della spesa che deve affrontare. È assolutamente impossibile poter rispondere affermativamente a questa richiesta, ma lo è ancor di più se non si usano le metodiche scientificamente provate da lungo tempo. Spesso i pazienti sono confusi per il continuo bombardamento di notizie che ricevono, è indispensabile quindi non fornire loro ulteriori dati sperimentali in grado di creare false aspettative. Fatta questa premessa possiamo sicuramente affermare che: n da decenni è provata scientificamente l’implantologia per osteointegrazione, che prevede il posizionamento endosseo, cioè interno all’osso, degli impianti. In questo caso è necessario avere a disposizione una certa quantità di osso nel tempo richiesto per la guarigione degli impianti, dopo il loro posizionamento, oscilla dai 2-3 mesi ai 6-7 mesi, in funzione della quantità e della qualità ossea a disposizione, dato importante per definire un piano di cura. Non vi sono condizioni particolari di ottima qualità e quantità ossea, solitamente circoscritte alla mandibola e al mento, o comunque alle regioni anteriori della mandibola, in cui si può ridurre l’intervallo di tempo dal posizionamento dell’impianto alla protesi definitiva; in questi casi si può utilizzare la tecnica del carico immediato, che prevede il posizionamento della protesi fissa entro 36-48h al massimo dall’intervento chirurgico del posizionamento implantare. Dobbiamo prestare estrema attenzione a diversi parametri nell’effettuare questa metodica, che gratifica molto i pazienti per la rapidità di realizzazione, ma che ancora non è totalmente scevra da complicanze e quindi anche da rischi sui quali il paziente deve essere naturalmente edotto. La qualità ossea È per tutti facile comprendere che se c’è l’osso si può mettere l’impianto, più difficile può essere capire l’importanza del tipo di osso. Cerchiamo con un semplice esempio di chiarire il concetto: la differenza tra il legno massiccio e il truciolato corrisponde alla differenza tra un osso di qualità buona e un osso di qualità scadente. A parità di numero di denti mancanti nel primo caso possiamo posizionare un numero ridotto di impianti rispetto al secondo caso, dove l’osso scadente ne richiede di più, anche se si utilizzano impianti con superfici cosiddette osteoconduttive (che stimolano la guarigione dell’osso attorno all’impianto). Questo è un esempio pratico di come due pazienti con lo stesso numero di denti mancanti possono venire riabilitati con un numero diverso di impianti,è impossibile confrontare i piani di trattamento che potranno prevedere impianti diversi, per morfologia, lunghezza e numero. |

